Marco Rovelli

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01/10/2020

Recensione a La parte del fuoco di Federico Musardo e Susanna Ralaimaroavomanana su Culturificio

 https://culturificio.org/la-parte-del-fuoco/

La letteratura ha il potere di intrecciare mondi germinandone di nuovi (questo è il suo potere di miracolo). E così, nella realtà di un romanzo, Karim e Elsa si sono incontrati. Chissà se si sono salvati, questo non sta a me dirlo. Ma l’incontro, in quanto tale, è già una forma di salvezza.

La parte del fuoco di Marco Rovelli è l’ultimo libro pubblicato da TerraRossa edizioni, o meglio ancora ripubblicato, perché trova il suo posto nella collana Fondanti, dove vengono riproposti testi dal valore indiscutibile dimenticati dal mercato librario. Una delle ragioni per cui vale la pena (ri)prenderli in mano è che questi autori tornano sui loro libri e si raccontano. Dalla prefazione dello stesso Rovelli scopriamo per esempio che, rispetto alla prima edizione del 2012, il finale è stato rielaborato e il romanzo «portato a nuova vita».

Rovelli è uno scrittore e musicista italiano. Se già attraverso il reportage Lager italiani (Rizzoli, 2006) aveva cercato di descrivere la sconfitta della nostra società raccontando la realtà dei centri di permanenza temporanea dell’Italia, anche dalle pagine del suo ultimo romanzo emerge con potenza il grande dolore di chi è abbandonato ai margini. I titoli dei capitoli del saggio potrebbero essere trasfigurati nella Parte del fuoco, perché “l’umano cagnesco”, i “deserti” (sia fisici che, soprattutto, interiori) o “il buio dentro gli occhi” sono presenti forme sotto varie e diverse. Ma non è solo la precedente attività giornalistica dell’autore a riverberarsi nella storia – per sua stessa ammissione molto di quanto descritto deriva dagli incontri e dalle esperienze delle persone che ha conosciuto –, dato che nella prefazione viene instaurato anche un parallelo con una sua poesia giovanile particolarmente adatta a comprendere il romanzo: «Osserva il mondo dal margine. / Senza cardini né giunture. / Dall’estremità del dissenso. / Strappa le cose al sole che nasconde / alla luce che riverbera /e non rischiara».

La storia è un continuo essere al confine, tra legalità e clandestinità, tra emarginazione e integrazione, tra un’apparenza perfetta e una reale fragilità. Karim e Elsa, due personaggi lontanissimi per provenienza, classe sociali, ed esperienze – lui, «creatura sulla soglia», è un immigrato clandestino, lei una giovane veneta di ricca famiglia – sono destinati a incontrarsi e a stringere un rapporto viscerale nel momento in cui si riconoscono come simili, nella loro diversa esclusione dal mondo.

Le due citazioni poste in esergo dell’opera, la prima dell’antropologo David Le Breton tratta dal libro La pelle e la traccia e la seconda dalla canzone Hurt cantata da Johnny Cash, lasciano intravedere una delle sottotrame più toccanti del libro e anticipano al lettore il sacrificio insito nella vita dei protagonisti.

Il romanzo si apre con due capitoli brevi. Il primo è scritto in seconda persona, con frasi laconiche, intervallate da virgole che creano un ritmo concitato e incerto. Questo «tu», colto nell’azione di leggere, è Karim, arrivato su una nave da Tunisi: è passato per un ospedale, ora è in stazione. Il senso di morte aleggia sulla sua vita. La seconda anta del dittico è rappresentata invece in terza persona, e ha un andamento più piano, statico nelle descrizioni efficaci della solitudine, del silenzio e della sensazione di vuoto che accompagnano sul treno Elsa.

Tu leggi, e Elsa scrive. Ancora né tu né lei sapete di que­sta inconcepibile simultaneità. Che vi farà incontrare nel­la parte del fuoco.

Dopo queste presentazioni inizia la prima parte del libro: i capitoli ricominciano da uno, come se le vite di Karim e Elsa conoscessero una nuova partenza, sempre in una alternanza tra seconda e terza persona.

Karim vive ora in un borgo della Toscana, vicino al mare, e ha una relazione delicata e profonda con Nevia. Nel suo giardino una mattina trova Elsa con i postumi di una pesante sbronza. «È una ragazza meravigliosa, ha bisogno di aiuto», dice alla sua compagna. Nel corso delle pagine Rovelli ricostruisce il modo in cui i due si sono conosciuti, i primi timidi contatti e il loro trovarsi, il rapporto sincero e talvolta duro che nasce quando si scoprono simili nella sofferenza e nel non aver avuto la possibilità di sentirsi liberi.

«No. Va bene che sei una ragazzina, ma non va bene sputare veleno in questo modo. Non fa bene agli altri, ma soprattutto non fa bene a te.»

«Sì che va bene. Ne ho il diritto.»

«E chi te lo ha dato questo diritto?»

«Il dolore.»

«E dunque?»

«Il dolore e la sofferenza danno il diritto di parlare.»

 «Può essere, sì. Ma quanto al dovere di ascoltare? Su quello non hai nulla da dire?»

Centrale l’importanza della lettura, una passione che li aveva accomunati già nei brevi incipit e che accompagna la loro esistenza: Karim studiava in Tunisia letteratura francese e in Italia cerca di abitare la lingua anche attraverso i romanzi del Novecento, mentre Elsa trova nei libri l’unico conforto alla sua solitudine:

Stavo alla finestra e guardavo il postino andarsene senza aver potuto consegnare il pacco, perché non gli avevo aperto. Anche se nel pacco c’erano i libri che avevo richiesto e che erano l’unica cosa che mi teneva in vita. Solo nei libri c’erano i mondi cui sentivo di appartenere, solo nelle parole sentivo la vita. Non era nella carne, la vita, né nelle parole troppo sporche che uscivano dalla bocca. Passavo mesi senza che qualcuno mi sentisse pronunciare una parola. Io stessa non mi sentivo pronunciare una parola, nemmeno per sbaglio. Ero sigillata al mondo, una tomba, puro segno che rimanda a se stesso all’infinito, in un loop senza scampo.

Lo scrittore traccia con efficacia i caratteri dei personaggi, dando loro una voce riconoscibile, decisa, che per Elsa – dallo sguardo «troppo distante, come un mare di cui non si vede il fondo, e però insieme troppo presente, questa profondità nera che ha catturato troppe porzioni di tempo e di spazio, e fa paura» –  si fa corpo anche grazie alle lunghe lettere e il diario, consegnato poi in parte allo stesso Karim, perché «Voglio che tu capisca bene tutto di me. Tutto, che parola grossa. Qualcosa. Almeno l’essenziale».

In un contrasto continuo tra superficie e interiorità, Rovelli delinea il passato di sofferenze di entrambi i protagonisti, e dà spazio ed espressione a una serie di vite e destini lasciati in ombra, dimenticati in un phone center, in un ospedale psichiatrico, nei centri di detenzione, nei campi di raccolta dei pomodori tra l’indifferenza dell’opinione pubblica. Con attenzione e denuncia, La parte del fuoco descrive uno spaccato della nostra società, pone l’accento sulla disumanità delle condizioni del lavoro in nero e ricorda come l’acqua del mare che Karim credeva di aver superato una volta per tutte può schiacciare e inondare in modo pervasivo tutta la sua esistenza:

Eravate fermi in mezzo al mare, e i morti vi hanno aper­to la strada. I morti chiamano i morti.

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