Marco Rovelli

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16/12/2020

Adriano Sofri su Il contro in testa sul Foglio

 Quanto all’inverno prossimo, sono ormai deciso di andarlo a passare a Massa di Carrara... Non vi nevica mai, e si esce e si passeggia senza ferraiuolo; in mezzo alla piazza pubblica crescono degli aranci, piantati in terra”. Scriveva così Giacomo Leopardi a Paolina sua sorella, due secoli fa. A Massa cominciai a insegnare quando ero ancora studente a Pisa, vissi con la mia famiglia, nacquero i miei figli. A Massa ho due grandi amici che si chiamano Ovidio. Uno, Ovidio Pegollo, detto Amos, è morto lunedì, aveva 86 anni. Era una gran persona e, come si dice in fondo ai libri e in fondo alla vita, devo a lui tanto delle cose migliori che ho imparato, pensato e fatto, e solo a me le peggiori.

Mancavano un po’ di anni al ’68, si passava attraverso un tirocinio militante molto simile a quello dell’apostolato socialista ottocentesco. Operai della “Bario e derivati” licenziati e buttati in strada, che stavano notte e giorno in strada attorno a un fuoco, ed era bello stare con loro giorno e notte. Pegollo veniva da una famiglia di comunisti, gli appena più grandi di lui erano stati tutti partigiani, lui stesso era segretario della sezione del suo paese, Forno. Paese scavato nel monte, ci si arriva risalendo il corso del Frigido, posto di cavatori e di bambini e donne tessitrici, anarchici e socialisti e poi comunisti. Nazisti e repubblichini vi avevano perpetrato nel ’44 una delle loro innumerevoli stragi di questo territorio, 68 trucidati, lui aveva assistito da bambino, la sua casa era andata a fuoco.
Amos era pieno di intelligenza, spirito, ironia e cultura – e lealtà. Era andato a scuola finché aveva potuto perché gli piaceva. Quando ci incontrammo era operaio alla Olivetti, i compagni di lavoro lo stimavano e gli volevano bene. In quella fabbrica avvennero i primi scioperi egualitari, contro il sistema del cottimo, per la riduzione dell’orario di lavoro, per gli aumenti salariali uguali per tutti. Lotte solidali e, sorprendendo padroni e spettatori, idealiste. Al passo coi tempi, anzi in anticipo, dunque (all’avanguardia, come piaceva dire) ma con Amos si veniva accolti nel paese e nella famiglia del marmo, delle storie e dei canti, della mina e della lizza e dei funerali dei cavatori travolti. E nella famiglia sua, della sua saggia, bella e intrepida Zaira.
Persone così sono molto importanti, come sa chi le ha incontrate e conosciute, benché la storia ne raccolga poca traccia. Amos era amato da Luciano Della Mea, che lo sentiva affine. Paolo Cristofolini, il filosofo normalista cartesiano, diceva affettuosamente di aver capito ascoltando Amos che impressione potessero suscitare i discorsi di Lenin. Amos ci scherzava su. Detestava gli sbruffoni, era coraggioso. Una sera eravamo a Forno, in uno dei ritrovi fra la riunione politica ispirata e l’amicizia allegra, e un nostro giovanissimo adepto alzò il gomito e volle comunque tornare in città guidando l’auto paterna. Non ci fu verso di dissuaderlo, e allora Amos e io salimmo in auto con lui, per non lasciarlo solo. Tanto, mi disse Amos, che era padre di famiglia, e già anch’io, va a sbattere nel primo blocco di marmo. Andò a sbattere nel primo blocco di marmo. Ci fu un costo di sole fratture, per fortuna.
Marco Rovelli, che è nato a Massa nel 1969, quando da tempo la scena operaia era stata presa da Torino e Milano, ha pubblicato per Laterza un bel libro intitolato “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia”, su Massa e Carrara e l’Apuania che finisce in mare ma ha nella montagna la sua testa dura e fina. Un capitolo racconta Ovidio Pegollo e la genia “dei Pegolli”. Una genia che saprà continuare, anche quando noi sappiamo quasi solo rimpiangere.
 
https://www.ilfoglio.it/piccola-posta/2020/12/16/news/massa-e-le-sue-genti-di-marmo-cavatori-anarchici-socialisti-e-poi-comunisti-1556754/

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