Marco Rovelli

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21/08/2021

Recensione a Siamo noi a far ricca la terra di Giuseppe Provenzano su Blogfoolk

 Solo qualche giorno fa ricorreva il terzo anniversario della scomparsa di Claudio Lolli. È stato il professore che avrei voluto avere, e l’ho sempre visto come uno di quei personaggi che, non fossimo stati a Bologna, non avrei esitato a definire “pirateschi”: c’era in lui (e c’è tutt’ora nella sua opera) tutta la coerente fame di libertà spassionata e pura che accompagna gli uomini di mare. Di questo e di tanto altro- ma fra qualche riga sarò più preciso- racconta Marco Rovelli nel suo “Siamo noi a far ricca la Terra- romanzo di Claudio Lolli e dei suoi mondi”, volume edito da Minimum Fax, che alla vita, artistica e non, di Lolli dà voce. Ci sono molti temi da affrontare in questo romanzo, ma intanto, per puro dovere di cronaca, parliamo un attimo degli aspetti più “tecnici” del romanzo, cominciando col dire che la storia è divisa in quattro mega capitoli, una parte prima, “1976 - L’anno degli zingari”, una parte seconda, “1977 - Memorie dal futuro”, una parte terza, “Il ritorno alla normalità - L’eterno presente”, e una parte quarta, “Ancora in viaggio”. All’interno di questi macro-capitoli, ecco la chiave di volta del racconto: non si scade minimamente nell’agiografia, e, cosa ancora più interessante, Claudio si concretizza solo nel capitolo introduttivo, poi abita nelle parole delle persone della sua vita, dei personaggi delle sue canzoni, della sua chitarra. Quella di animare gli oggetti - mi ha commosso il racconto del suo diario - è stata una soluzione letteraria che ho trovato geniale, e che ha garantito al ritmo del romanzo una marcia in più a livello immaginifico: c’è, in quella scelta lì, la messa in pratica di una grande lezione lolliana, quella capacità di sapersi costantemente stupire che lo portò a vedere una immagine poeticamente meravigliosa come quella degli zingari felici. Altre trovate splendide, per quanto mi riguarda, sono stati i momenti ciclici di stacco dalla narrazione canonica costituiti dalle varie “fotografie sportive”, attimi di vita - nudi e crudi o romanzati che siano - cristallizzati e condensati, che qui si muovono come vecchie diapositive, e quelli più strettamente musicali dei vari “memoriali del doppio”, passaggi in cui sono gli stessi album, in prima persona, a parlare di loro e delle vicende che li riguardano. Splendidi anche i passaggi in cui a parlare sono i personaggi delle canzoni: c’è la mosca de “La morte della mosca”, c’è l’immancabile “Michel”, c’è la finestra sbagliata, immagine che Claudio ha fatto diventare, probabilmente, un vero e proprio tòpos letterario, c’è la Ulrike di “Incubo numero zero”, l’immancabile “Anna di Francia”. C’è anche “la giacca”, quella che ci ricorda che “bisogna andare sempre avanti, anche se noi non siamo in tanti” e che, personalmente, non finirà mai di commuovermi. Una passerella di immagini e figure che, in un continuo abbattimento della quarta parete auditiva, per così dire, non fanno altro che sottolineare la potente veridicità del “non omnis moriar” oraziano. Ma ci sono anche le voci delle persone vere, immancabili quelle del grande Paolo Capodacqua e di Nicola Alesini, così come quelle di Athos Ferri, suo compagno di banco, di Vanni Balestra e dei tanti altri amici e colleghi che sono anche stati compagni di una vita. Un puzzle di storie che, nel comporre la storia unica di Claudio, ci restituisce il ritratto di un uomo e di un artista dal carattere forte, a tratti ruvido, dalla sensibilità spiccata e, soprattutto, dalla coerenza praticamente incrollabile, chè quello è stato Lolli: un uomo ed un artista coerente, a qualsiasi costo. È, soprattutto, un libro (di cui abbiamo tralasciato per troppe righe un dato fondamentale, vale a dire che è scritto benissimo, scorrevole e decisamente piacevole) che è la perfetta riproposizione di ciò che Claudio Lolli è stato. Mi spiego meglio, fra tutti i grandi cantautori dei ’70, probabilmente Lolli è stata la vera coscienza storica d’Italia: se si vuole comprendere per bene cosa siano stati, per dire, gli anni di piombo, “basta” mettersi in cuffia “Agosto” o “Piazza, bella piazza”, lì dentro ci sono tutti gli umori, politici e civili, del tempo. Ecco, Marco intercetta splendidamente questa grande qualità lolliana, trasportandola alla perfezione nel suo romanzo, che ha, per l’appunto, anche il grande pregio di fare da documento storico, da spaccato- in piccolo- della storia d’Italia. È un libro che colma un vuoto, lo fa con affetto e con rigore narrativo. Riscalda dal Grande Freddo in cui stiamo, costantemente, piombando. È un memorandum: poco importa se la lepre pazza è saltata via: ci sta sempre, ancora, ostinatamente, una canzone scritta su un muro, sta lì per quelli come noi. Cerchiamola, riscriviamola, cantiamola anche. Ci aiuterà a ricordarci che, in fondo, siamo noi a far ricca la Terra. 

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