Marco Rovelli

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28/02/2023

Recensione a Soffro dunque siamo di Massimo Giuliani su Free Zone

 “Si tratta di tener viva la vita, con ogni mezzo possibile. Io lo faccio raccontando storie…”. Sentivo ancora l’eco della chiusa di Siamo noi a far ricca la terra, il libro precedente di Marco Rovelli dedicato a Claudio Lolli, quando ho saputo che stava preparando Soffro dunque siamo. E vi voglio dire che sia quel fine che quel mezzo si ritrovano in quest’ultima pubblicazione.

Marco Rovelli è scrittore, insegnante di storia, musicista, cantautore, studioso di canti popolari. In queste vesti è un osservatore critico della realtà, che cerca per tante vie di raccontare la condizione umana.
Il momento in cui decide di scrivere un libro sulla salute mentale non è casuale. Ansia, panico, depressione, sono esplosi durante e dopo la pandemia di Covid-19. La manomissione dei confini fra tempo della vita e tempo del lavoro, talvolta la stessa perdita del lavoro, hanno fatto da sfondo a quell’esplosione. Ma la pandemia l’ha generata o l’ha resa evidente? Non sarà che la crisi era già in atto? Non è forse vero, per esempio, che ben prima della pandemia gli antidepressivi erano una parte sostanziosa della spesa farmaceutica del paese?
Eppure sembra che il discorso sulla salute mentale sia stato da molto tempo completamente de-politicizzato. Inquadrare la sofferenza nel momento storico, che è quello della rivoluzione culturale neoliberista, pare non importi.

In confronto alle opere precedenti di Rovelli, dicevo, cambia il linguaggio, cambia la cornice, ma “tener viva la vita” resta il fine. E resta il “raccontare storie”, perché anche qui di storie ce n’è. Nella stesura del libro l’autore ha incontrato psichiatri e psicoterapeuti di vari orientamenti teorici, e talvolta i racconti in prima persona dei loro pazienti. Sono storie di dolori, di corpi, di relazioni: tenere insieme nella stessa storia dolore, corpo e relazione è il primo modo di contrastare i riduzionismi che dominano qualunque discorso sulla salute mentale. La società della prestazione conosce le persone non come “luoghi plurali e compositi dove convergono le relazioni che le producono” (la definizione è dell’antropologo Francesco Remotti, citato nel libro), ma come cervelli da riparare.
R
icordate il motto thatcheriano “la società non esiste, esistono solo gli individui”? Ecco, quello è il punto esatto in cui il piano della salute interseca quello politico.

Una volta sconnesso l’essere umano dal contesto, il benessere dalle relazioni, la mente dal corpo, restano pezzi separati funzionali alla società della prestazione. Il disagio psichico è l’avaria di un componente che si è deteriorato, e se l’individuo si “deteriora” va riparato, e se va riparato lo psicofarmaco è la soluzione alla sofferenza. Non uno strumento accanto ad altri, non una possibilità: è la soluzione. Dove soluzione vuol dire riportare la macchina allo stato precedente il momento del guasto, certamente non l’integrazione della crisi in un processo di evoluzione.

Anticipo la reazione di qualche lettore: no, non si sostiene (non la sostiene Rovelli che anzi lo chiarisce con parole inequivoche) una battaglia contro gli psicofarmaci. Si contesta semmai la narrazione che riduce la sofferenza umana a squilibrio chimico, il totale oscuramento degli aspetti sistemici, contestuali e anche politici di quella sofferenza. È importante mettere in luce come l’appiattimento ideologico della sofferenza sulla sua spiegazione biochimica oscuri tragicamente l’interazione con l’ambiente. Quella stessa ideologia rifiuta, di fatto, di confrontarsi con quello che è sotto gli occhi: che bassa istruzione e svantaggio sociale sono fattori di forte rischio per la salute mentale. Le probabilità di insorgenza della schizofrenia, per esempio, sono otto volte superiori per soggetti delle classi meno abbienti.

Si capisce così che l’oggetto di questo libro non è semplicemente una faccenda più o meno importante da risolvere, tra altre faccende. È, diciamo, il problema dei problemi. Ha una portata che va molto oltre l’ambito specialistico perché interrogarsi sulla natura del disagio mentale mette in questione la struttura della società della competizione e della performance, la fede nel fatto che essa produca solo benessere.

Per questo è urgente che il dibattito esca dalla cerchia degli addetti alla salute mentale e che investa la politica, la cultura e la società. Marco Rovelli, per storia e impegno, è un autore che ha spalle abbastanza forti per dare un contributo all’impresa.

E vorrei dire un’ultima cosa a cui tengo — vorrei dirla in modo netto. So che viviamo tempi in cui i detentori dei saperi esperti sono in trincea per difendere il primato della competenza e dell’autorevolezza scientifica contro le mille voci che intossicano il dibattito sulla salute. Credo che fra il dito e la luna a volte guardare il dito sia utile, che sia giusto e necessario domandare a chi indica qualche genere di luna: “chi sei, da che posizione parli?”. Nello stesso tempo credo che la discussione sulla salute mentale e su come un modello di società incide sulle vite degli esseri umani non possa restare nel chiuso dell’accademia.
C’è stato un momento (gli anni di Franco Basaglia, di Giulio Maccacaro, di Giorgio Bert) in cui quest’idea sembrava, se non ovvia, almeno comprensibile. Era costata lavoro duro di docenti e studenti nelle facoltà e nei luoghi della salute.
Ecco, questo libro è un tentativo riuscito di parlare di salute “da fuori”, confrontandosi con le acquisizioni della ricerca e col mondo della clinica. Affrontare oggi tutta la questione da una prospettiva politica e culturale è non solo legittimo, ma quanto mai necessario.

www.giannizuretti.com/articoli/marco-rovelli-soffro-dunque-siamo-il-disagio-psichico-nella-societa-degli-individui/

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