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16/05/2023

Recensione a Soffro dunque siamo di Enrica Riera su L'Osservatore Romano

 D alla riforma Basaglia sono passati quarantacinque anni. Ma oggi, quando la strada nell’affermazione dei diritti delle persone più fragili dovrebbe essere più che spianata, si assiste a una vera e propria involuzione. La medicina che si occupa di salute mentale è, infatti, molto simile a quella pre-anni Settanta: ospedalocentrica, aziendalistica, basata sulla diagnosi che ingabbia il paziente e non sulla persona in quanto tale. Certo, esistono esempi positivi, quelli in grado di porre in essere buone pratiche — basti pensare alla stessa attuale realtà triestina da cui la rivoluzione basagliana è partita —, ma nella maggior parte dei casi in Italia «si nutre una fiducia assoluta nello psicofarmaco come strumento primario di trattamento di ogni sofferenza mentale, quando invece la stessa neuropsicofarmacologia va nella direzione di abbandonare l’uso esclusivo del farmaco e concepirlo contestualmente ad altre modalità di intervento terapeutico». In altre parole, la via che si sceglie è quella di sedare i sintomi, non quella volta a «occuparsi dei fattori contestuali e soggettivi delle persone, nella consapevolezza che la malattia non è un oggetto da conoscere e su cui esercitare un sapere, ma è un’esperienza esistenziale nei confronti della quale sono necessari anzitutto ascolto, solidarietà, affettività, accoglienza». Si cancella totalmente la biografia dell’uomo, privilegiando, dunque, l’uso del farmaco che, in realtà, dovrebbe essere considerato «uno strumento tra gli altri nella cassetta degli attrezzi dello psichiatra, e non lo strumento centrale». Tutte queste questioni sono al centro di Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui (Roma, Minimum fax, 2023, pagine 258, euro 17) di Marco Rovelli. L’autore — cantautore, oltre che saggista — dà, pertanto, vita a una ricerca nel mondo del disagio psichico, attraverso le testimonianze dirette di chi da quest’onda è stato o è travolto e di chi, ancora, giorno dopo giorno, cerca di “p re s t a re cura”, attenzione, ascolto appunto, a coloro i quali si trovano nella situazione considerata. Un viaggio, quello compiuto, nella società — parafrasando Debord — dello spettacolo, in cui vige l’imp erativo della prestazione e della competizione e all’interno della quale si moltiplicano le nuove psicopatologie, esplose, tra l’a l t ro , nel mezzo dell’emergenza sanitaria da covid. Dalla depressione, ai disturbi di panico, passando per quelli borderline, fino all’anoressia, alla bulimia, a fenomeni di cosiddetto ritiro sociale: i casi presi in considerazione sono, così, moltissimi; tutti trattati con la contezza che la persona non vada assolutamente etichettata. «Non si dovrebbe mai escludere la riparabilità del danno esistenziale. E pensare la possibilità della “guarigione”— intendendo il termine, in sé scivoloso, come pieno recupero della soggettività della persona, della sua possibilità di progettare una vita. (...) l’affermazione secondo la quale “dalla schizofrenia non si guarisce” rimane uno dei falsi miti della psichiatria», scrive, non a caso, Rovelli. Sono numerosissimi, di fatto, gli studi «che dimostrano che (ad esempio) la schizofrenia non è un destino». Ma purtroppo — come si diceva all’inizio — la psichiatria egemone è tornata, al pari di quanto si faceva nella prospettiva manicomiale, a «patologizzare gli individui, cancellandone l’unicità individuale». Una denuncia, quest’ultima, dello stato delle cose, che l’autore delinea e manifesta soprattutto nella seconda parte del suo saggio. Se nella prima, di fatti, si compie un’indagine tra i disturbi e le cure, nella seconda si descrive ciò che la medicina odierna e il sistema sanitario nazionale offrono e, parimenti, ciò che non offrono e dovrebbero al contrario offrire («“Abbiamo bisogno di un servizio complesso”, mi dice Benedetto Saraceno, già collaboratore di Basaglia a Trieste e per undici anni direttore del Dipartimento di salute mentale e abuso di sostanze dell’Oms, “ovvero un servizio umile, che non ha ricette pronte da fornire a chi arriva, ma che sta in ascolto, è accogliente, accetta la domanda di chi sta male o della famiglia che chiede aiuto, e lo fa in modo non pregiudiziale, senza una struttura diagnostica nella testa e un armadietto degli interventi pronto da aprire. È un servizio che entra in una relazione di sintonia con la domanda, che scopre la diversità non solo delle persone ma anche dei loro contesti”»). Poi, il focus — triste, tristissimo — sulle «due pratiche che, ogni volta che vengono agite, suonano come la certificazione di un fallimento: il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) e la contenzione». «Le norme sul consenso informato non vengono applicate: il Tso — si legge ancora nel libro — non è, come prevedrebbe pure la legge, una straordinaria eccezione, ma, nella pratica, è divenuto la norma. E in questa pratica diventa troppo spesso normale la contenzione — che ha avuto un ritorno di fiamma, finendo addirittura per essere liricizzata e caricata di un valore positivo: i pazienti, oggi, vengono legati al letto non solo nei reparti psichiatrici, ma anche nelle comunità terapeutiche, nelle Rsa, nelle strutture per anziani o per minori». Una fotografia, quindi, piena di ombre e che fa davvero male. Una fotografia che tradisce gli straordinari passi in avanti avviati dal già citato Franco Basaglia. È, infine, a uno dei suoi più stretti collaboratori, scomparso tra l’altro di recente (era il 16 marzo 2023) e pure di recente intervistato dall’Osservatore Romano (era il 21 luglio 2022), che l’a u t o re affida le battute conclusive di quest’opera potente, tale perché con coraggio e senza sconti racconta come stanno le cose nel nostro Paese e propone, tramite la visione degli esperti, modi e soluzioni per cambiare. Si tratta, tornando alle conclusioni, di Franco Rotelli, che dice che bisogna avere visione. Che bisogna «passare da un’idea di terapia a un’idea di cura. Cura nel senso di “prendersi cura di”. D all’idea di una tecnica codificata, psicoterapica invece che psicofarmacologica, a un’idea di invenzione quotidiana delle modalità di accompagnamento delle forme del dolore dell’altro. Bisogna fare del non sapere in cui giace tutta la psichiatria uno strumento di conoscenza, per marciare verso una visione della relazione fra dolore individuale e sua cura da parte della collettività». Speriamo che questo messaggio arrivi a tutti.

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