Marco Rovelli

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22/02/2010

Presentazione di Servi di Alberto Russo (Soldelladda)

Buonasera a tutti e benvenuti a questo nostro incontro con lo scrittore Marco Rovelli per la presentazione di Servi, suo ultimo libro.   

      Innanzitutto ringrazio tutti i membri dell'associazione Soldelladda per avermi scelto quale voce introduttiva e di coordinamento in questa serata così importante per la nostra associazione. Dico importante perché dopo molte attività realizzate con fatica – la fatica che incontra sempre la volontà di organizzare eventi culturali con fondi minimi o a costo zero, avendo un'esperienza minima e l'entusiasmo come solo strumento (e dovendo nel nostro caso fare perfino i conti con l'aperta ostilità che l'attuale amministrazione locale leghista-berlusconiana molto liberalmente ci riserva) – dopo molte attività io credo di poter dire che l'incontro di stasera segni un indiscutibile salto di qualità.

      Abbiamo infatti la fortuna e il privilegio – e anche il merito, concediamocelo – di poter parlare di persona con un autore che ha saputo imporsi con i suoi libri nel panorama attuale della nostra letteratura. Il libro che siamo qui a presentare, Servi, è infatti  la conferma e il proseguimento di una prospettiva di scrittura ormai propria dell'autore (caratterizzata da quelle singolarità tematico-stilistiche che fanno di un autore un autore) in cui già si inserivano i due libri precedenti: Lager Italiani, inchiesta sui centri di permanenza temporanea in Italia (2006), e Lavorare uccide, inchiesta sulle cosiddette “morti bianche”, ovvero le morti sul lavoro in Italia (2008). Oltre a questi libri, nei quali appunto è praticata una scrittura di inchiesta – che è però, come si dirà meglio nel seguito di questo intervento, anche e ineludibilmente una scrittura letteraria – ricordiamo che Rovelli è anche autore di poesia (non credo ami definirsi poeta) con la raccolta Corpo esposto, edito da Memoranda (e i cui testi sono oggi reperibili anche su internet, ad esempio sul sito Nazione indiana). A queste pubblicazioni in volume vanno aggiunte ovviamente le collaborazioni a riviste come Nuovi argomenti, Carta, e a quotidiani come L'Unità e il Manifesto. Ricordiamo infine, per completare questo breve schizzo biobibliografico, che Rovelli è anche un musicista (oggi autore solista dopo essere stato fino al 2006 cantante nel gruppo musicale Les Anarchistes) e un insegnante (di storia e filosofia nelle scuole secondarie).

      Veniamo dunque a Servi.

      Nella quarta di copertina Servi viene definito come reportage narrativo. Possiamo dire quindi che in quanto reportage quella di Servi è una scrittura che pone la veridicità delle storie raccontate come sua condizione essenziale, che cerca cioè di raccontare delle verità fattuali di cui il pubblico non è a conoscenza. L'aggettivo  permette poi di connotare il registro in cui questi fatti vengono narrati, quello letterario (come si vedrà però meglio in seguito, lo statuto aggettivale di questo registro non rende piena giustizia alla sua centralità).

      Questa narrazione è quella di un viaggio, di un viaggio compiuto in un Italia sconosciuta, popolata da personaggi invisibili e anonimi: gli immigrati clandestini condannati al loro lavoro. Risalendo la penisola da Sud a Nord, l'io narrante, cioè indubitabilmente Marco Rovelli (l'identificazione io-narrante-autore è qui garanzia, come in ogni letteratura di testimonianza, della verità della narrazione) porta letteralmente in superficie, cioè a una verità, nel senso di un'esistenza, un mondo sommerso e non più, o non ancora compiutamente umano, in cui i clandestini delle più varie nazionalità e provenienze si ritrovano, sul fondo verrebbe da dire con citazione leviana, a condividere uno stesso destino di abiezione. Per poter capire davvero questo mondo di sfruttamento primordiale (forse antichissimo, ma la cui immutata persistenza potrebbe essere la vera novità di un'epoca parassitata da un'ideologia edenica di un benessere generale e definitivo, compimento capitalistico della Storia) per dargli una parola, Rovelli si è spinto nei recessi più occulti, in ambienti degradati fino all'assurdo, dove sorgono invivibili le abitazioni, squallidi i luoghi di assembramento; ma le parole, quelle di Rovelli, le nostre, non possono che rivelarsi impotenti alla descrizione di ciò che buca la nostra immagine consueta e pacificante degli uomini che vivono in Italia, in Europa, in Occidente - impotenti di fronte alla nostra immagine di Noi stessi riflessa in quella dei Servi. La ferita che questa realtà infligge alla nostra realtà è tanto profonda che non resta che dire che Rovelli si è spinto in una dimensione di inenarrabilità. Così in questi non-luoghi l'autore ha cercato di ricostruire, con i protagonisti di queste vite anonime, di queste autobiografie negate (per dirlo con le parole della filosofa Federica Sossi, le cui idee su questi temi sono state per molti di noi, suoi studenti, linfa preziosa) una parola per ritrovare un contatto autentico, ancora umano, una parola capace di riportare nel mondo le storie particolari di individui cancellati alla vita da un puro sfruttamento. Possiamo dunque incontrare un senso fondamentale da attribuire a questo viaggio e alla sua narrazione. L'io narrante è il medium attraverso cui, nell'incontro diretto con i personaggi anonimi, la verità può tornare ad essere verbalizzata, ovvero raccontata, condivisa. L'io narrante è colui che permette a degli uomini non più persone, estromessi dalla scena del mondo, di tornare, per qualche istante, in essa, attraverso la parola, il riconoscimento, la nominazione che essi pregano a quest'io, venuto dal mondo, di restituire loro, per poter così riassaporare, come persone, per qualche istante, l'esistenza che diventa vita solo avendo un posto umano nel consesso umano.

      Come viene ripetuto più volte nel libro, l'autore si è spinto in luoghi dove nessuno era mai andato, e là semplicemente “ha visto, sentito cose,” e ha poi compiuto l'operazione più importante per uno scrittore: ha cercato semplicemente di capire, di capire a fondo e davvero (in senso pasoliniano certamente) sforzandosi di restare il più possibile nella lucidità del ragionamento, animato da una passione civile e dalla consapevolezza del ruolo sociale implicato dal proprio mestiere. Ha così potuto raccontare e può raccontare al corpo sociale, a noi, che non sapevamo e non sappiamo, le innumerevoli e fluide storie di questi uomini (in questa narrazione non si tratta di personaggi, qui è tutto vero) condannati a vivere al di sotto di una soglia di civiltà data nell'immaginario comune come scontata, a torto e in cattiva fede. Sono queste anche storie in cui si annodano, in modo inquietante, tutte le presenze più sinistre che percorrono da sempre, avvelenandola, la storia dell'Italia: la dilagante prassi dell'illegalità in cui affaristi d'ogni specie e politici corrotti trovano il loro habitat, l'inestirpabile cultura baronale, l'incoerenza legislativa e la disorganizzazione burocratica, gli eccessi della repressione poliziesca. Storie di cui talvolta, come nel caso di Rosarno e nei casi più recenti, come nel caso di viale Padova, veniamo a conoscenza, ma solo alla fine di un lungo processo, ovvero quando la situazione eccede e allora, solo allora, nella sua esplosione, può interessare i cosiddetti media di massa che, ovviamente, per vocazione disinformativa, non sono in grado di ricostruire i fatti e di proporre ai telelettori interpretazioni coerenti, e si allineano cosi alle letture faziose e speculative dei partiti.

      In Servi invece, opera di letteratura, questa operazione avviene: l'autore ha potuto radunare fatti, collegarli e costruirvi così delle analisi, proporre delle interpretazioni credibili di questo aspetto così centrale, e al tempo stesso, così tragicamente marginale, della nostra realtà sociale.

      Il libro si sviluppa quindi su questi tre livelli sempre integrati:

livello giornalistico-fattuale

che è  quello che si immerge nel racconto dei fatti, in cui vengono forniti dati, nomi, eventi, in cui la spinta al dire è quella di una volontà  crudamente informativa.

livello giornalistico-analitico

in cui dei fatti e dei dati del primo registro vengono proposte interpretazioni, analisi e conclusioni rispetto alla realtà storica, culturale ed economica dell'Italia.   

livello letterario

è quello della narrazione, ovvero quello che dà una struttura al libro, uno sfondo in cui i dati e le interpretazioni possono trovare una risonanza che non avrebbero da soli. Il registro letterario, il registro della “finzione”, dell'artificio, è quello che  permette alla verità dei fatti di essere vera, di esercitare la loro forza in quanto inseriti sul terreno autentico e scabroso della narrazione dell'inenarrabilità, del tentativo di rendere, attraverso l'opera di letteratura, ancora umana la vicenda dei servi. Solo su questo sfondo di ricerca dell'umano i dati possono avere un senso. Al di fuori di questa letteratura, di questa finzione che è la struttura narrativa, quei dati assumerebbero, come sempre accade di fronte all'orrore, un aspetto e un senso funesti. Solo la letteratura permette di parlare dei servi.  

      È qui che occorre a mio avviso situare la questione cruciale di questo libro: trovare una parola impegnata alla ricerca di un'autenticità, cercando di non cadere nell'agguato, sempre imminente, degli stereotipi e delle banalità ideologiche, che sono indubbiamente l'ultimo, e non il meno grave, sfruttamento subito dai servi. Per dirlo con le parole della recensione a Servi di Gianni Vattimo: “il libro non è di quelli che possono essere sostituiti con statistiche, o articoli giornalistici, né è solo un documento”.

      Ci troviamo così di fronte ad un'ineludibile questione, che possiamo tuttavia qui solo sfiorare. Se la letteratura è necessaria affinché i dati e le analisi possano sciogliersi  in un discorso più profondo e articolato che permetta loro di dispiegare al meglio il loro potenziale conoscitivo, non si può affermare con la stessa sicurezza il contrario, ovvero che i dati e le analisi dei primi due registri giovino alla letteratura. Vattimo definisce Servi opera “altamente letteraria”. Senza entrare nel merito di questo giudizio, ci sembra che Servi, come le altre opere di Rovelli, siano refrattarie a questo tipo di investiture, in quanto esse presuppongono certi tipi di lettura, tavole a cui non ci sembra che l'autore voglia invitarci, né tanto meno essere invitato. Si pone dunque un problema di genere. Per coglierne la portata è sufficiente dire che quanto avanzato fin qui è valido anche per un libro come Gomorra e per gli altri lavori di Saviano. L'unità di fondo di queste esperienze letterarie ha trovato una sintesi definitoria ad opera dello stesso Rovelli, che ha chiamato questa letteratura “narrazione sociale”, offrendo a riguardo approfondite spiegazioni che speriamo vorrà riproporci questa sera dal vivo della sua parola (segnaliamo a proposito un suo articolo pubblicato su Nazione Indiana dal titolo Appunti sulla scrittura del reale).

      Ciò  che ci preme sottolineare qui, in proprio, è solo questo: nei confronti della forma (l'”altamente letterario” è infatti sempre sinonimo di formalismo) ci sembra che questa letteratura presenti un atteggiamento profondamente neutrale. La pulsione al dire di questa letteratura è senza dubbio di denuncia sociale, ma questa, ovviamente, non è una novità della letteratura, quanto piuttosto la conferma di una sua costante. Si dirà allora che la novità di questa denuncia non è nella centralità dell'intento, ma nel modo della realizzazione, fondato sul tentativo di spingere al massimo grado la propria autosufficienza, usando la letterarietà, ad essa necessaria, lo stretto necessario. Questa letteratura denuncia, ma senza partire dalla forma (nessun realismo, naturalismo, avanguardismo, antiformalismo etc.), ma usando la forma come puro strumento, come si usa, con tutta la modestia, la cura ma anche a tratti l'indifferenza e la diffidenza, qualcosa prestatoci da qualcuno. Questo uso parco della letterarietà, che non è privo di rischi (su tutti il rischio supremo di ogni parola impegnata, quello di confondersi con ciò che combatte) meriterebbe certo ben più approfondite analisi e interrogazioni, che non possiamo ovviamente intraprendere qui. A riguardo ci limitiamo soltanto, in conclusione, a segnalare il profilarsi, per questa scrittura, di un cammino comune con con alcune posizioni teoriche assunte da Daniele Giglioli (un altro professore che ha attirato il desiderio di molti tra noi) riguardo al ruolo e ai fini da assegnare alla critica letteraria. Riportiamo a titolo di sintesi un passo significativo da un articolo de Il Manifesto (30 dicembre 2007): “Posti di fronte alle opere letterarie non dovremmo forse più chiederci quale sia il loro vero senso (interpretazione), e quanto oggettivamente valgano più di altre (valutazione), ma piuttosto che cosa possiamo o non possiamo fare con esse: quale mondo ci aprono, e quale mondo abbiamo intenzione di fabbricare per adempiere alla loro promessa felicità”. Se è vero che non esiste scrittura letteraria che già non porti in sé, quale Tu atteso o segreto, la sua critica, si può senza dubbio dire che è questo l'approccio atteso da un libro come Servi, ovvero quello di una critica che dica che sia la Critica che la Letteratura sono solo mezzi, e non già fini in sé.     

      Chiudo questo mio breve intervento introduttivo spiegando le ragioni, come associazione Soldelladda, che ci hanno indotto a cercare di portare tra noi Marco Rovelli a parlarci del suo Servi.

      La prima ragione è che questo libro è una critica potente, portata da un livello di brutale fattualità, dell'attuale sistema produttivo e sociale – che è quello, per usare etichette note (e purtroppo già pietrificate), della globalizzazione e del (tardo, post-) capitalismo.

      La seconda ragione è che Servi mette in luce, sempre da quel livello brutalmente fattuale, gli annosi e gravi problemi che affliggono l'Italia, problemi che ci interessano non solo, come associazione, per motivi politici o ideali, ma, come giovani cittadini, per motivi, ci sia concesso, puramente egoistici, di chi vuole vivere la sua (breve) vita nel (suo) miglior paese possibile.

      Un'altra ragione di interesse è il fatto che in questa narrazione vengono offerte al lettore numerose occasioni di riflessione sul tema dei migranti e delle migrazioni, un tema che è attualmente centrale in una fase storica che l'Italia, tra innumerevoli spinte regressive, sta cercando di attraversare.

      L'ultima ragione di interesse, ma che certo le racchiude tutte, è che Servi di Marco Rovelli è un'opera letteraria del giorno d'oggi all'altezza dei tempi, che parla a noi di noi, un noi sconosciuto, ma da cui muovere per la ricostruzione di un senso presente della Letteratura e del legame sociale che di essa si nutre. di persone e di storie che nessun centro di identificazione ed espulsione può tacitare.


Trezzo sull'Adda, Società operaia di mutuo soccorso, 22 febbraio 2010.

Buonasera a tutti e benvenuti a questo nostro incontro con lo scrittore Marco Rovelli per la

presentazione di Servi, suo ultimo libro.

Innanzitutto ringrazio tutti i membri dell'associazione Soldelladda per avermi scelto quale

voce introduttiva e di coordinamento in questa serata così importante per la nostra associazione.

Dico importante perché dopo molte attività realizzate con fatica – la fatica che incontra sempre la

volontà di organizzare eventi culturali con fondi minimi o a costo zero, avendo un'esperienza

minima e l'entusiasmo come solo strumento (e dovendo nel nostro caso fare perfino i conti con

l'aperta ostilità che l'attuale amministrazione locale leghista-berlusconiana molto liberalmente ci

riserva) – dopo molte attività io credo di poter dire che l'incontro di stasera segni un indiscutibile

salto di qualità.

Abbiamo infatti la fortuna e il privilegio – e anche il merito, concediamocelo – di poter

parlare di persona con un autore che ha saputo imporsi con i suoi libri nel panorama attuale della

nostra letteratura. Il libro che siamo qui a presentare, Servi, è infatti la conferma e il proseguimento

di una prospettiva di scrittura ormai propria dell'autore (caratterizzata da quelle singolarità

tematico-stilistiche che fanno di un autore un autore) in cui già si inserivano i due libri precedenti:

Lager Italiani

inchiesta sulle cosiddette "morti bianche", ovvero le morti sul lavoro in Italia (2008). Oltre a questi

libri, nei quali appunto è praticata una scrittura di inchiesta – che è però, come si dirà meglio nel

seguito di questo intervento, anche e ineludibilmente una scrittura letteraria – ricordiamo che

Rovelli è anche autore di poesia (non credo ami definirsi poeta) con la raccolta Corpo esposto, edito

da Memoranda (e i cui testi sono oggi reperibili anche su internet, ad esempio sul sito Nazione

indiana). A queste pubblicazioni in volume vanno aggiunte ovviamente le collaborazioni a riviste

come Nuovi argomenti, Carta, e a quotidiani come L'Unità e il Manifesto. Ricordiamo infine, per

completare questo breve schizzo biobibliografico, che Rovelli è anche un musicista (oggi autore

solista dopo essere stato fino al 2006 cantante nel gruppo musicale Les Anarchistes) e un insegnante

(di storia e filosofia nelle scuole secondarie).

Veniamo dunque a Servi.

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Soldelladda – Marco Rovelli

Presentazione Servi

Nella quarta di copertina Servi viene definito come reportage narrativo.

Possiamo dire quindi che in quanto reportage quella di Servi è una scrittura che pone la

veridicità delle storie raccontate come sua condizione essenziale, che cerca cioè di

raccontare delle verità fattuali di cui il pubblico non è a conoscenza. L'aggettivo

permette poi di connotare il registro in cui questi fatti vengono narrati, quello letterario

(come si vedrà però meglio in seguito, lo statuto aggettivale di questo registro non rende

piena giustizia alla sua centralità).

Questa narrazione è quella di un viaggio, di un viaggio compiuto in un Italia

sconosciuta, popolata da personaggi invisibili e anonimi: gli immigrati clandestini

condannati al loro lavoro. Risalendo la penisola da Sud a Nord, l'io narrante, cioè

indubitabilmente Marco Rovelli (l'identificazione io-narrante-autore è qui garanzia,

come in ogni letteratura di testimonianza, della verità della narrazione) porta

letteralmente in superficie, cioè a una verità, nel senso di un'esistenza, un mondo

sommerso e non più, o non ancora compiutamente umano, in cui i clandestini delle più

varie nazionalità e provenienze si ritrovano, sul fondo verrebbe da dire con citazione

leviana, a condividere uno stesso destino di abiezione. Per poter capire davvero questo

mondo di sfruttamento primordiale (forse antichissimo, ma la cui immutata persistenza

potrebbe essere la vera novità di un'epoca parassitata da un'ideologia edenica di un

benessere generale e definitivo, compimento capitalistico della Storia) per dargli una

parola, Rovelli si è spinto nei recessi più occulti, in ambienti degradati fino all'assurdo,

dove sorgono invivibili le abitazioni, squallidi i luoghi di assembramento; ma le parole,

quelle di Rovelli, le nostre, non possono che rivelarsi impotenti alla descrizione di ciò

che buca la nostra immagine consueta e pacificante degli uomini che vivono in Italia, in

Europa, in Occidente - impotenti di fronte alla nostra immagine di Noi stessi riflessa in

quella dei Servi

che non resta che dire che Rovelli si è spinto in una dimensione di inenarrabilità. Così

in questi non-luoghi l'autore ha cercato di ricostruire, con i protagonisti di queste vite

anonime, di queste autobiografie negate (per dirlo con le parole della filosofa Federica

Sossi, le cui idee su questi temi sono state per molti di noi, suoi studenti, linfa preziosa)

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Presentazione Servi

una parola per ritrovare un contatto autentico, ancora umano, una parola capace di

riportare nel mondo le storie particolari di individui cancellati alla vita da un puro

sfruttamento. Possiamo dunque incontrare un senso fondamentale da attribuire a questo

viaggio e alla sua narrazione. L'io narrante è il medium attraverso cui, nell'incontro

diretto con i personaggi anonimi, la verità può tornare ad essere verbalizzata, ovvero

raccontata, condivisa. L'io narrante è colui che permette a degli uomini non più persone,

estromessi dalla scena del mondo, di tornare, per qualche istante, in essa, attraverso la

parola, il riconoscimento, la nominazione che essi pregano a quest'io, venuto dal

mondo, di restituire loro, per poter così riassaporare, come persone, per qualche istante,

l'esistenza che diventa vita solo avendo un posto umano nel consesso umano.

Come viene ripetuto più volte nel libro, l'autore si è spinto in luoghi dove

nessuno era mai andato, e là semplicemente "ha visto, sentito cose," e ha poi compiuto

l'operazione più importante per uno scrittore: ha cercato semplicemente di capire, di

capire a fondo e davvero (in senso pasoliniano certamente) sforzandosi di restare il più

possibile nella lucidità del ragionamento, animato da una passione civile e dalla

consapevolezza del ruolo sociale implicato dal proprio mestiere. Ha così potuto

raccontare e può raccontare al corpo sociale, a noi, che non sapevamo e non sappiamo,

le innumerevoli e fluide storie di questi uomini (in questa narrazione non si tratta di

personaggi, qui è tutto vero) condannati a vivere al di sotto di una soglia di civiltà data

nell'immaginario comune come scontata, a torto e in cattiva fede. Sono queste anche

storie in cui si annodano, in modo inquietante, tutte le presenze più sinistre che

percorrono da sempre, avvelenandola, la storia dell'Italia: la dilagante prassi

dell'illegalità in cui affaristi d'ogni specie e politici corrotti trovano il loro habitat,

l'inestirpabile cultura baronale, l'incoerenza legislativa e la disorganizzazione

burocratica, gli eccessi della repressione poliziesca. Storie di cui talvolta, come nel caso

di Rosarno e nei casi più recenti, come nel caso di viale Padova, veniamo a conoscenza,

ma solo alla fine di un lungo processo, ovvero quando la situazione eccede e allora, solo

allora, nella sua esplosione, può interessare i cosiddetti media di massa che, ovviamente,

per vocazione disinformativa, non sono in grado di ricostruire i fatti e di proporre ai

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Presentazione Servi

telelettori interpretazioni coerenti, e si allineano cosi alle letture faziose e speculative

dei partiti.

In Servi invece, opera di letteratura, questa operazione avviene: l'autore ha

potuto radunare fatti, collegarli e costruirvi così delle analisi, proporre delle

interpretazioni credibili di questo aspetto così centrale, e al tempo stesso, così

tragicamente marginale, della nostra realtà sociale.

Il libro si sviluppa quindi su questi tre livelli sempre integrati:

livello giornalistico-fattuale

che è quello che si immerge nel racconto dei fatti, in cui vengono forniti dati, nomi,

eventi, in cui la spinta al dire è quella di una volontà crudamente informativa.

livello giornalistico-analitico

in cui dei fatti e dei dati del primo registro vengono proposte interpretazioni, analisi e

conclusioni rispetto alla realtà storica, culturale ed economica dell'Italia.

livello letterario

è quello della narrazione, ovvero quello che dà una struttura al libro, uno sfondo in cui i

dati e le interpretazioni possono trovare una risonanza che non avrebbero da soli. Il

registro letterario, il registro della "finzione", dell'artificio, è quello che permette alla

verità dei fatti di essere vera, di esercitare la loro forza in quanto inseriti sul terreno

autentico e scabroso della narrazione dell'inenarrabilità, del tentativo di rendere,

attraverso l'opera di letteratura, ancora umana la vicenda dei servi. Solo su questo

sfondo di ricerca dell'umano i dati possono avere un senso. Al di fuori di questa

letteratura, di questa finzione che è la struttura narrativa, quei dati assumerebbero, come

sempre accade di fronte all'orrore, un aspetto e un senso funesti. Solo la letteratura

permette di parlare dei servi.

È qui che occorre a mio avviso situare la questione cruciale di questo libro:

trovare una parola impegnata alla ricerca di un'autenticità, cercando di non cadere

nell'agguato, sempre imminente, degli stereotipi e delle banalità ideologiche, che sono

indubbiamente l'ultimo, e non il meno grave, sfruttamento subito dai servi. Per dirlo con

le parole della recensione a Servi di Gianni Vattimo: "il libro non è di quelli che possono

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Presentazione Servi

essere sostituiti con statistiche, o articoli giornalistici, né è solo un documento".

Ci troviamo così di fronte ad un'ineludibile questione, che possiamo tuttavia qui

solo sfiorare. Se la letteratura è necessaria affinché i dati e le analisi possano sciogliersi

in un discorso più profondo e articolato che permetta loro di dispiegare al meglio il loro

potenziale conoscitivo, non si può affermare con la stessa sicurezza il contrario, ovvero

che i dati e le analisi dei primi due registri giovino alla letteratura. Vattimo definisce

Servi

che Servi, come le altre opere di Rovelli, siano refrattarie a questo tipo di investiture, in

quanto esse presuppongono certi tipi di lettura, tavole a cui non ci sembra che l'autore

voglia invitarci, né tanto meno essere invitato. Si pone dunque un problema di genere.

Per coglierne la portata è sufficiente dire che quanto avanzato fin qui è valido anche per

un libro come Gomorra e per gli altri lavori di Saviano. L'unità di fondo di queste

esperienze letterarie ha trovato una sintesi definitoria ad opera dello stesso Rovelli, che

ha chiamato questa letteratura "narrazione sociale", offrendo a riguardo approfondite

spiegazioni che speriamo vorrà riproporci questa sera dal vivo della sua parola

(segnaliamo a proposito un suo articolo pubblicato su Nazione Indiana dal titolo

Appunti sulla scrittura del reale

Ciò che ci preme sottolineare qui, in proprio, è solo questo: nei confronti della

forma (l'"altamente letterario" è infatti sempre sinonimo di formalismo) ci sembra che

questa letteratura presenti un atteggiamento profondamente neutrale. La pulsione al dire

di questa letteratura è senza dubbio di denuncia sociale, ma questa, ovviamente, non è

una novità della letteratura, quanto piuttosto la conferma di una sua costante. Si dirà

allora che la novità di questa denuncia non è nella centralità dell'intento, ma nel modo

della realizzazione, fondato sul tentativo di spingere al massimo grado la propria

autosufficienza, usando la letterarietà, ad essa necessaria, lo stretto necessario. Questa

letteratura denuncia, ma senza partire dalla forma (nessun realismo, naturalismo,

avanguardismo, antiformalismo etc.), ma usando la forma come puro strumento, come

si usa, con tutta la modestia, la cura ma anche a tratti l'indifferenza e la diffidenza,

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qualcosa prestatoci da qualcuno. Questo uso parco della letterarietà, che non è privo di

rischi (su tutti il rischio supremo di ogni parola impegnata, quello di confondersi con ciò

che combatte) meriterebbe certo ben più approfondite analisi e interrogazioni, che non

possiamo ovviamente intraprendere qui. A riguardo ci limitiamo soltanto, in

conclusione, a segnalare il profilarsi, per questa scrittura, di un cammino comune con

con alcune posizioni teoriche assunte da Daniele Giglioli (un altro professore che ha

attirato il desiderio di molti tra noi) riguardo al ruolo e ai fini da assegnare alla critica

letteraria. Riportiamo a titolo di sintesi un passo significativo da un articolo de Il

Manifesto

più chiederci quale sia il loro vero senso (interpretazione), e quanto oggettivamente

valgano più di altre (valutazione), ma piuttosto che cosa possiamo o non possiamo

fare

per adempiere alla loro promessa felicità"

.

Se è vero che non esiste scrittura letteraria

che già non porti in sé, quale Tu atteso o segreto, la sua critica, si può senza dubbio dire

che è questo l'approccio atteso da un libro come Servi, ovvero quello di una critica che

dica che sia la Critica che la Letteratura sono solo mezzi, e non già fini in sé.

Chiudo questo mio breve intervento introduttivo spiegando le ragioni, come

associazione Soldelladda, che ci hanno indotto a cercare di portare tra noi Marco

Rovelli a parlarci del suo Servi.

La prima ragione è che questo libro è una critica potente, portata da un livello di

brutale fattualità, dell'attuale sistema produttivo e sociale – che è quello, per usare

etichette note (e purtroppo già pietrificate), della globalizzazione e del (tardo, post-)

capitalismo.

La seconda ragione è che Servi mette in luce, sempre da quel livello brutalmente

fattuale, gli annosi e gravi problemi che affliggono l'Italia, problemi che ci interessano

non solo, come associazione, per motivi politici o ideali, ma, come giovani cittadini, per

motivi, ci sia concesso, puramente egoistici, di chi vuole vivere la sua (breve) vita nel

(suo) miglior paese possibile.

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Presentazione Servi

Un'altra ragione di interesse è il fatto che in questa narrazione vengono offerte al

lettore numerose occasioni di riflessione sul tema dei migranti e delle migrazioni, un

tema che è attualmente centrale in una fase storica che l'Italia, tra innumerevoli spinte

regressive, sta cercando di attraversare.

L'ultima ragione di interesse, ma che certo le racchiude tutte, è che Servi di

Marco Rovelli è un'opera letteraria del giorno d'oggi all'altezza dei tempi, che parla a

noi di noi, un noi sconosciuto, ma da cui muovere per la ricostruzione di un senso

presente della Letteratura e del legame sociale che di essa si nutre.

di persone e di storie

che nessun centro di identificazione ed espulsione può tacitare.

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con esse: quale mondo ci aprono, e quale mondo abbiamo intenzione di fabbricare
(30 dicembre 2007): "Posti di fronte alle opere letterarie non dovremmo forse

).
opera "altamente letteraria". Senza entrare nel merito di questo giudizio, ci sembra

. La ferita che questa realtà infligge alla nostra realtà è tanto profonda
, inchiesta sui centri di permanenza temporanea in Italia (2006), e Lavorare uccide

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