Marco Rovelli

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19/12/2010

Recensione a Servi di Sergio Garufi, su Liberazione

 In Schindler List, il capolavoro sulla Shoa di Steven Spielberg, la conversione del protagonista viene segnalata dal regista con un semplice ma efficace espediente cromatico. Ciò che trasforma un cinico faccendiere in un intrepido filantropo, ciò che gli apre gli occhi sul genocidio che si sta perpetrando nella sua stessa patria, che fino a quel momento considerava qualcosa di estraneo e remoto, che non lo riguardava se non per gli affari che ne poteva ricavare, è reso nel film tramite un dettaglio colorato. In mezzo alla massa anonima di ebrei condotti al macello, Oskar Schindler scorge una bambina col cappotto rosso. La pellicola è in bianco e nero, tutti i disperati cenciosi sono inquadrati da lontano, e solo quando lui individua un caso particolare, dall’alto della sua elegante passeggiata a cavallo, comprende che non di numeri si tratta ma di persone in carne e ossa, che quella tragedia tocca anche lui, e che anche a lui tocca fare qualcosa per salvare delle vite. Oggi la discriminante è diversa, la religione professata, la razza o il colore della pelle non fanno la differenza. Il mercato globalizzato non distingue così, sfrutta semplicemente i più deboli, attraendoli con promesse fasulle per poi renderli schiavi privi dei più elementari diritti e tutele. Nella sua lucida e appassionata inchiesta (Servi. Il paese sommerso dei clandestini al lavoro, Feltrinelli), Marco Rovelli adotta lo stesso espediente di Spielberg. Non rifiuta le statistiche, ma anziché limitarsi ad appoggiarvisi, come fanno gli ubriachi coi lampioni, se ne serve per illuminare un ragionamento basato su un caso preciso, con nome e cognome. Per fare questo attraversa tutto lo stivale: le campagne di Rosarno, la provincia di Milano, Reggio Emilia, Mantova, Cerignola, Catania, Vittoria, Palermo, e dovunque incontra individui delle nazionalità più disparate: polacchi, rumeni, marocchini, indiani, ivoriani, ciascuno con la propria storia e col desiderio di farla conoscere. Come ci ha insegnato Christian Boltanski con la sua opera-installazione sulla tragedia di Ustica, personnes in francese è plurale di nessuno. Ciò che conta è il singolo, e quanto il suo destino sia paradigmatico e riconoscibile. Ecco allora che se Boltanski ricorda gli ottantuno morti di Ustica come fossero 1+1+1+1, Rovelli riporta alla luce un lungo elenco di nomi oscuri e vite disgraziate. Vijai, Malik, Mircea, Amanuel, Cornel, Vlad, Monir, Caterina, Monsef, Olga, Yonas, Bogdan, tutti fuggiti dalle intollerabili condizioni di miseria e oppressione dei loro paesi. L’autore denuncia così gli effetti perversi di una legislazione repressiva e xenofoba che si dimostra, nei fatti, il vero volano della clandestinità, il modo migliore per procurarsi docile manodopera a costi irrisori. Dalla raccolta delle arance e dei pomodori ai grandi cantieri edili urbani, dalle badanti ai lavapiatti dei ristoranti, ascoltiamo sempre il medesimo refrain, e capiamo infine che è proprio quella condizione di asservimento a fomentare la microcriminalità che affolla le nostre carceri; mentre fra gli stranieri regolari i dati confermano un minor tasso di delinquenza rispetto ai nostri connazionali. Non a caso, in occasione delle sanatorie per gli immigrati clandestini (nel 1990 con la legge Martelli, nel 1995 col decreto Dini, nel 1998 con la Turco-Napolitano e nel 2002 con la Bossi-Fini), i reati commessi, in special modo quelli legati allo spaccio di stupefacenti, subiscono un brusco calo. Chi ottiene l’ambito permesso di soggiorno evita accuratamente di delinquere, per non perdere la possibilità di vita che questo consente. Mantenerli nella clandestinità e criminalizzarli, adoperandoli come forza lavoro semigratuita e sotto costante ricatto, equivale a confinarli in un ghetto subumano dal quale non esiste via di scampo, pena l’espulsione o la carcerazione. A metà strada fra il reportage e il racconto autobiografico, l’autore si pone al servizio di queste storie e non indulge in pietismo. Radiografa una situazione insostenibile e ci mostra i volti e il vissuto di chi coltiva la sola speranza di una vita normale, alla luce del sole. E poi registra pure le iniziative informali: gli sportelli dei migranti, i comitati di sostegno, spesso frutto di reti di solidarietà interetnica fra connazionali che rivendicano i diritti negati e denunciano i soprusi del caporalato, soprattutto in edilizia, come quello egiziano a Reggio Emilia, i cui membri già inseriti con un piccolo contributo mensile supportano i nuovi venuti finché non trovano lavoro. Ma al di là delle singole appartenenze, l’atto di denuncia di Rovelli ha valore soprattutto perché raccoglie le singole voci e le intreccia, diventa un unico coro. E’ il caso del ragazzo senegalese incontrato sul treno per Pisa, appena giunto in Italia e diretto da suo nonno a Pontedera, che l’autore aiuta nel difficile dialogo col controllore ferroviario, stupito della sua conoscenza del francese. Dopo essersi fatto raccontare le sue speranze, Rovelli lo saluta nella sua lingua come si fa con un fratello. Sunu rew modi dunya, nostra patria è il mondo intero.  

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