Marco Rovelli

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29/07/2012

Recensione di Carlo Mazza Galanti a Il contro in testa sul Manifesto/Alias

 Una ricognizione dei luoghi dove l'autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell'espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C'è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro. Senonché le risposte alle domande più importanti restano alquanto incomplete, come forse è inevitabile che sia, e a quei giovani che “fanno le vasche” sul corso di Carrara dimenticando nel viavai tra le vetrine la storia antica della loro terra ancora mancano le giuste motivazioni, e gli strumenti, per strapparsi all'insignificanza. Come a noi, in fondo, che ancora ci crediamo (nella rivolta, se non nella rivoluzione), e aspettiamo. Quello che mi sembra più ammirevole di questo fluido puzzle di testimonianze, racconti, incontri, memorie, è la continua vigilanza dell'autore intorno allo stato delle proprie emozioni, e di quelle che la scrittura potrebbe fingere e trasmettere agli altri. A chi è cresciuto nel mito della storia anarchica che fiorì (e venne calpestata) in quella regione, cosa resta oggi dei sentimenti, delle passioni, di quella fede? E soprattutto che farne? “Quello spirito secolare è davvero un senso profondo che ha impregnato questa terra, o è solo una nostra immaginazione, un altro fantasma a uso e consumo personale per mascherare la nostra impotenza?”. La domanda non è riferita soltanto all'anarchismo storico ma anche alla politica del secondo novecento, a Lotta Continua, a Potere Operaio, che lì ebbero una sede importante, alla generazione dei padri, alla mitografia recente e ancora raggiante del '68-'77. A questo insieme confuso di lotte e fallimenti, di slanci e cadute Rovelli si rivolge come uomo nato e cresciuto nel “vuoto pneumatico” degli anni ottanta, nella tabula rasa su cui tanto hanno già ragionato scrittori e intellettuali della sua generazione. “Era con quel senso di orfanitudine addosso che cercavamo l'anima nei recessi più riposti”: su questo piano si articola il tentativo di risposta di Rovelli. Risposta che non dà sconti, come sconti non vengono concessi alla descrizione della sua terra rovinata da una lunga storia (politica, industriale) di offese, come non vengono censurate le parole di sconfitta e depressione sfuggite a padri o fratelli maggiori davanti a un vino sempre meno gioioso e dionisiaco. Anche i matti che vedono la Madonna possono allora diventare amici e forse consiglieri, in un tempo di “orfanitudine”. O gli immigrati che manifestano davanti al Duomo di Carrara. O ancora possiamo spenderci nella riappropriazione pratica e teorica degli ormai famosi “beni comuni” (della montagna, del marmo, in questo caso), come di una terza via ancora percorribile tra la burocratizzazione del pubblico e la rapina del privato. Sono le strade battute in maniera più o meno istintiva da quella sinistra che forse più di ogni altra potrebbe (e vorrebbe) rivendicare un'eredità anarchica: “non dell'anarchia come dottrina, ma nei modi di fare, di protestare... di volere” come dice uno dei tanti vecchi cavatori o operai incontrati da Rovelli per osterie. Strade segnate da una scrittura che non rinuncia a sedurre, elaborare uno stile, guardare in alto, ma soprattutto che cerca di liberarsi dell'eredità pesante del passato perduto. Disconoscere i padri, liberare i fantasmi, questo il cuore del libro: passare al vaglio le glorie e i disonori per conservare ciò che serve. Trasmettere testimonianze senza rimpianti né venerazioni. Rimettere in circolo la vita: “Consegnati loro alla mitologia, a chi resta non è consentito sentirsi orfano. Si tratta di sentirsi liberi. Tocca esplorare il presente.”: questo il pensiero del narratore davanti a Angelo Dolci, detto Taro, che a sedici anni fu partigiano.

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