Marco Rovelli

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15/10/2012

Intervista a Affari Italiani su La parte del fuoco

 Rovelli, come nasce "La parte del fuoco"?

"Nasce dall'incrocio di due 'chiamate', prima ancora che di due storie. Sono stato attraversato (proprio a livello personale) da esperienze che riguardano il nucleo di senso dell'umano, che hanno a che fare con l'essenza di ciò che è umano. Vicende esistenziali che partono dal corpo, dalla ricerca di sé nell'incisione del proprio corpo. Quando nulla resta, resta il corpo - quella che il filosofo chiama la nuda vita: deprivato di sé, di ogni senso di sé, ridotto all'impotenza, l'essere umano cerca nel dolore che si procura la prova della sua stessa esistenza. Reagisce al mondo che lo riduce a nulla nullificandosi. Nelle pratiche di autolesionismo (tra le quali ricade anche l'anoressia), in questo rapporto così immediato (e così evidentemente paradossale, e votato al fallimento), c'è allora una questione che ci riguarda tutti in quanto umani. Ecco dunque l'incontro, anzi la collisione di due mondi: la storia di un clandestino (nei Cie, le galere etniche per migranti, l'autolesionismo è una pratica comune) e quella di una ragazza italiana di famiglia arricchita (anch'essa reclusa: nella malattia, e saltuariamente in clinica). Due esclusi, due esseri del margine (ed è dal margine che si osserva meglio il centro), ambedue 'clandestiniì, che si incontrano nella 'parte del fuoco', la parte del sacrificio di sé".

"La parte del fuoco” è scritto interamente in seconda persona singolare. Perché l'uso del tu nella narrazione, a chi si rivolge?
"Si rivolge al lettore che appartiene a un mondo altro da quello di Karim. E che lo chiama a immedesimarsi in quella vicenda. Ma, in quella immedesimazione, si apre una distanza, una inattingibilità del soggetto-Karim: si tocca con mano, nel concreto svolgersi delle vicende, l'impossibilità di cogliere assolutamente la sua intimità, che è sempre altrove. Mentre più prossima, e più comprensibile, è la vicenda di Elsa, nonostante le sue pratiche estreme, il suo rifiuto del mondo: Elsa appartiene al nostro mondo, anzi rischia di svelarne la verità. E chi sa che nel loro incontro non vi sia una possibilità di scarto dalla 'normale' barbarie quotidiana".

Come si inserisce questi romanzo nella sua produzione letteraria, e quali sono gli aspetti della società che ritiene possano essere fotografati meglio dalla narrativa, rispetto alla saggistica e al reportages giornalistico?
"La letteratura ha un valore epistemologico enorme: racconta il singolare - quella storia, proprio quella - e insieme dice dell'universale. Per questo i miei libri precedenti li chiamo non 'reportages narrativi' come usa dire, ma 'narrazioni sociali', proprio perché usano quel registro letterario che parte dalla narrazione di vicende singolari, per arrivare a analisi generali proprie della dimensione saggistica. Dunque, penso che il romanzo di pura fiction non costituisca affatto uno scarto netto dalla mia produzione precedente".

 

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