Marco Rovelli

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04/03/2013

Recensione di Daniele Giglioli a La parte del fuoco su Alfabeta2

Due storie si intersecano e si incontrano in La parte del fuoco, primo romanzo di Marco Rovelli. Non dovevano incontrarsi. Non era destino, non era previsto nell’ordine sociale delle cose.Perché una delle due è la storia di Karim, giovane e colto immigrato tunisino, privo di documenti e di diritti (ma anche di rancori: adorabile, l’avrebbe definito il Pasolini luterano, perché adorabile è solo chi non sa di avere dei diritti; non gli adulti, i moderni, i consapevoli), approdato in Italia su una nave di morti, che per sfuggire all’internamento in Cie e al rimpatrio forzato non trova altra via che l’autolesionismo, i tagli sul corpo, la menomazione volontaria di quella che dovrebbe essere la scaturigine di ogni diritto, naturale, sociale, politico: la presenza fisica. L’altra storia è di Elsa, giovanissima, borghese, figlia del padrone della ditta in cui Karim ha trovato lavoro. Anche Elsa usa il corpo per esprimere disagio: anoressia, ospedalizzazione, luoghi oscuri. Tra i due si stabilisce un’intesa all’insegna del dolore. Tutto mentale quello di Elsa, vittima dell’obesità del suo stesso privilegio. Tutto sociale quello di Karim, vita di scarto, prodotto di esclusione. Una natura gioiosa e una piagata dall’origine si rinviano ciascuna ciò che manca all’altra. È nell’incontro con l’altro che si misura l’efficacia della cura di sé. Con risultati sempre imperfetti, contingenti, mai definitivi – aperto è il romanzo, dall’incipit sospeso al perplesso lieto fine. Aiutati, salvati entrambi dalla trappola del rispecchiamento implicito in tutte le relazioni duali, dalla presenza di un terzo elemento, Nevia, una donna adulta, che ha una relazione con Karim ma non per questo allontana da sé Elsa, impedendo simbolicamente la ricomposizione dell’androgino: felice asimmetria, che elude la trappola della sottomissione della trama al tema, quel tema cui pure, equivalente testuale com’è del caso e del destino, i due protagonisti devono il loro incontro.

Ma più di tema e trama, in questo romanzo, esordio nella finzione di un esperto scrittore di reportage e «narrazioni sociali» come Rovelli (con libri come Lager italiani, Lavorare uccide, Servi, dai quali è ripresa molta della materia qui rappresentata), a far testo è la strategia narrativa, ovvero la scelta della voce narrante. Con un dispositivo rarissimamente praticato (se non nella prosa sperimentale di autori come Michel Butor, Georges Perec, Italo Calvino; ma con intenti ed esiti diversissimi), la maggior parte del racconto è alla seconda persona. Il narratore si rivolge a Karim (la storia di Elsa emerge invece attraverso lunghi brani di diario). Gli dice ciò che vede, ciò che sente, ciò che fa. Si assume la sua responsabilità di autore, burattinaio, regista dei destini. Non parassita dolori e gioie altrui, e anzi chiarisce che è lui a inventarsele, per quanto reali e radicate nel presente possano essere l’esclusione, i Cie e la nuova sintomatologia dell’autolesionismo anoressico/bulimico. Se Karim ed Elsa si incontrano, è per sua scelta: nella realtà sarebbe andata in altro modo. Il romanzo non ruba, aggiunge al mondo. Non copia, riconfigura, fa balenare la fiammella del possibile, esponendosi al rischio della buona, cioè della cattiva coscienza, alla redenzione letteraria di un mondo che rimane inconciliato. Un rischio che Rovelli ha ben presente, insieme a quello di un lirismo che in parecchi luoghi del testo preme per cantare a piena voce. Tra la vicenda e chi la narra il tu interpone un taglio, una disidentificazione, che libera insieme l’autore e il lettore, i personaggi e il loro destino.

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