Marco Rovelli

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10/05/2013

Recensione di Irene Baldoni a Il contro in testa su Allegoria

 Il titolo dell’ultimo libro di Marco Rovelli, pubblicato nella collana «Contromano» di Laterza, racchiude in una formula icastica il nucleo identitario delle terre di Massa, Carrara e delle Apuane che le circondano: «Per spaccare il marmo devi capire qual è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece provi a tagliarlo diciamo al contrario, se vai contro il verso, non ci riesci: non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro».

La narrazione – un ibrido che unisce autobiografia, reportage, analisi storico-politica – prende le mosse dal senso di inappartenenza del soggetto rispetto alla propria terra («L’ho odiata perché non ne trovavo l’anima») e al proprio presente: la Resistenza, le lotte anarchiche, il marmo e le montagne appaiono segnati da uno scarto che li rende inappropriabili, come se il passato si fosse chiuso definitivamente lasciando solo l’esperienza del vuoto a chi deve aprire gli occhi sull’oggi.
L’io narrante, «fuori sincrono, da sempre» rispetto alla storia, orfano del «padre putativo, quello che ha fatto il Sessantotto e gli anni Settanta», intraprende allora un percorso degno di chi ha il contro in testa e, liberandosi di una bile sterile e post-adolescenziale, tenta di ricostruire criticamente una trama che risolva le incertezze della propria identità.
Rovelli mostra come quella del margine sia una posizione privilegiata per raccontare la storia del mutamento che conduce al presente, e come la testimonianza delle vite particolari consenta di rispondere all’evanescenza dei padri – vicinissimo, in questo, alle posizioni di Recalcati: «Oggi possiamo usarli, quei padri, proprio in ragione della loro distanza. Perché non è con i loro simboli e le loro pratiche che cambieremo il mondo, perché il mondo ha cambiato formato. L’esempio, però, la loro testimonianza – è questo ciò che resta. E che ci rende liberi». Il contro in testa si snoda dunque attraverso una pluralità di luoghi e di tempi; le osterie, le cave e i boschi della montagna, le piazze, le sedi storiche dei gruppi anarchici restituiscono le fasi di una storia che va dai moti del 1894 ai relitti della Zona Industriale. L’io narrante riesce a conferire una dimensione collettiva alla sua opera di traslazione della memoria (che sembra risentire del “maestro” Fortini) lasciando che la pagina si costituisca di una coralità di voci riportate come in presa diretta: i racconti di Carlo, Silvano, Ovidio Pegollo, Giovanni Pedrazzi, il Ciac – solo per citarne alcuni – e la tradizione dei canti popolari e d’anarchia sospendono momentaneamente il corto circuito tra il presente ed il passato consentendo a chi li ascolta di ricostruire pezzo per pezzo la propria genealogia, di accogliere e di rifiutare.
Non si tratta di un’operazione nostalgica né asettica: la scrittura di Rovelli è fatta dello stesso «materialismo viscerale» dell’Apuania, ma riesce ad incarnare l’asprezza così come il fondo poetico dei luoghi e degli eventi in una simbologia personale («Là, in quel silenzio intramato di campanacci di pecore al pascolo, e poi dai tonfi sordi delle cave, spalancai gli occhi alla circonferenza senza centro tutt’attorno, e sentii che i fantasmi incontrati nel cammino erano tutti lì, con me, e ognuno di loro era centro di quella circonferenza»).
Negli ultimi capitoli l’io narrante è pronto per setacciare il presente alla ricerca di nuove forme di resistenza, perchè solo dopo aver compiuto lo sforzo etico di ricostituire «le comunicazioni spezzate» la lotta di oggi può delinearsi e mostrare il nutrimento che riceve dal già stato; che si tratti di beni comuni – come comune era, un tempo, la proprietà delle cave – o di unirsi alle rivendicazioni dei nuovi emarginati, gli immigrati, con i fantasmi che, finalmente, «tornano a essere lo spirito di corpi che agiscono e costruiscono un mondo».

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