Marco Rovelli

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01/02/2013

Recensione del gruppo Logos a La parte del fuoco su Laspro

 La maggior parte della recente narrativa italiana oscilla tra due estremi: riflettere ossessivamen- te sul proprio ombelico da una parte e dall’al- tra parte spiattellare ai lettori la propria cruda versione della realt. Per fortuna c’ qualcuno che cerca una strada differente e, appunto, cer- ca: esplora territori meno conosciuti, inventa soluzioni di linguaggio nuove, racconta delle storie con passione e rigore. Marco Rovelli ap- partiene a questa “terza via” e con il romanzo appena pubblicato La parte del fuoco ha superato una prova decisamente difficile: trasmettere sul piano del racconto e della narrazione quell’ecce- zionale patrimonio di conoscenze che aveva gi accumulato scrivendo reportage e inchieste. L’autore si rivolge con un “tu” in tutto il libro al protagonista, Karim, ragazzo tunisino che decide di mettersi in cammino verso l’Europa, nonostante lo scetticismo e le critiche di una par- te della famiglia. La partenza per lui gi uno strappo, una rottura con un mondo, che prelude a una lunga serie di strappi. Nel racconto seguia- mo da vicino le peripezie di Karim: la morte dei suoi compagni di traversata (che peser sempre nella sua memoria) e lo sbarco in Italia, la vita da clandestino, il lavoro nero, il Cie, gli incon- tri e gli scontri con compaesani, italiani, amici, nemici, sfruttatori, le sue storie d’amore, i suoi dubbi, le sue sofferenze, i momenti di felicit, fino al ritorno a casa. E qui sta la prima grande novit del libro di Rovelli: raccontare non la sto- ria di un immigrato, ma la storia di una persona. Che ama e odia. Si entusiasma, si arrabbia, si de- prime come tutti. Incontra un universo di luoghi di sfruttamento e di detenzione che descrive con cura e meticolosit, ma con la stessa cura de- scrive la scoperta del quartiere di San Salvario a Torino e l’amore e la passione per due donne, una delle quali pur essendo italiana e figlia di un padrone vive una condizione di autoemargina- zione simile e anche peggiore di quella di Karim. Nel romanzo di Rovelli non c’ il “tremendi- smo” che da Saviano in poi ha contaminato molta produzione letteraria di autori giovani e pseudo-giovani. C’ un rapporto equilibrato con i delicatissimi temi affrontati, che oscilla in tutto il libro tra normalit ed eccezione. La normalit degli affetti, delle passioni, dei desideri, della curiosit, del guardarsi attorno e della scoperta di un mondo nuovo. E l’eccezione della galera, della violenza, dello sfruttamento, che a ben guardare nelle pieghe del volume tanto eccezio- nale non . Normalit ed eccezione si mescola- no, si affiancano, si confondono fino a esplodere periodicamente, in situazioni esasperanti che via via crescono di intensit, per condurre il pro- tagonista alla scelta finale di ritorno a casa, in patria.

Nel racconto di Rovelli non c’ traccia neanche di quella dimensione patetica che rovina molte narrazioni sui mondi marginali, o presunti tali. La descrizione a esempio dei tanti contesti di lavoro nero – dai cantieri e dalle fabbriche del nord alle campagne del sud – dura, impietosa ma essenziale ed senz’altro debitrice dell’e- sperienza di inchiesta accumulata negli anni passati dall’autore. Come pure la faticosa ricerca di strumenti per uscire dal vortice della clande- stinit, una ricerca che si rivela alla fine impos- sibile. «Ma un’anima, anzi uno spirito, ce l’hai, purtroppo o per fortuna». E per fortuna si riesce sempre a trovare un posto dove ricominciare.

A cura del gruppo Logos 

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