Marco Rovelli

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07/09/2015

recensione a Tutto inizia sempre di Daniela Amenta su l'Unità

 (Qui i pdf del cartaceo https://www.dropbox.com/s/b97h571hqtj9jgc/Unit%C3%A0.pdf?dl=0)

L’amore, la rabbia, la lotta ai tempi della canzone d’autore

Intenso e prezioso l’ultimo disco del musicista-scrittore che canta Storia e storie

Testo di Daniela Amenta —

 

Marco Rovelli in un ordine un po’ a casaccio è giornalista (uno di quelli che scrive ancora reportage e passa le ferie in Kurdistan per poterne raccontare), musicista, scrittore, insegnante di storia e filosofia, appassionato testimone della memoria partigiana. Il suo secondo album autoprodotto e distribuito da Materiali Sonori è Tutto inizia sempre, un titolo che è anche un messaggio di speranza, di ripresa, di resistenza. Si acquista sul sito www.marcorovelli.it. L’album contiene canzoni belle e luminose, elettro-acustiche, dove il rock si mescola a suoni dall’incendere lirico, cadenzati dal violoncello di Lara Veicoli e dalla chitarra di Paolo Capodacqua. Una tessitura limpida, apparentemente semplice impreziosita dagli arrangiamenti del polistrumentista Rocco Marchi. E’ un disco profondamente d’amore. Amore per le passioni, per l’umanità, per la solidarietà, per uomini e donne che non mollano mai, per sognatori eroici come Chisciotte, per combattenti come Andrea Gallo, per le relazioni che sfidano il tempo ed il destino come nel caso di Carlo ed Enrichetta Pisacane. Amore per questo mondo e per i fragili che lo abitano, lo attraversano a piedi o su barchini come gusci strapazzati dalle onde, amore per le utopie e i sogni. A tratti la voce di Rovelli ricorda quella di Herbert Pagani o di Billy Bragg, forte e suggestiva com’è, spesso la tensione civile rimanda a quella dei Dischi del Sole, alla grande stagione della canzone popolare, del folk come atto necessario per riprendersi le radici e far funzionare le ali. Amore, si diceva, anche per “l’inappartenenza”. Perché Rovelli dice di “non sentirsi parte” di nulla. Nessuna etichetta, nessuna definizione, soprattutto nessun recinto. E’ un concetto che ritorna nella commovente Una vita normale dove canta «E il mare lo sa di non avere confini. I confini sono roba di piccola gente che vive per poco e muore per niente”. La canzone è dedicata a Vittorio Arrigoni e alla Palestina. Spiega Rovelli: «Lui prese il nome di Utopia. Fedele all’evento che gli era toccato in sorte, attraversò il mare per rispondere a un richiamo, alla grana di una voce che risuonava con la sua.

E incontrò chi nell’altrove viveva, in uno spossessamento permanente di sé, quei palestinesi di Gaza a cui è impedita ogni forma di vita “normale”. Lo scriveva, Vittorio, in una delle sue ultime lettere». Tra i pezzi più evocativi Noi Chisciotte, un attacco dissonante, poi uno sviluppo da ballata ribelle, echi francesi, un po’ marcetta e un po’ struggimento. L’autore su Facebook la spiega così: «Da quel che amo, da quello solo dipenderò”, dice Chisciotte nella canzone a lui – a noi – dedicata. Chisciotte incarna questa dimensione di “eroico furore” verso un altrove: da una parte combatte contro i mulini a vento – i detonatori dell’ingiustizia – contro i giganti – ovvero assalta il cielo; dall’altra combatte, nello stesso movimento, per la (sua) bellezza, Dulcinea, il suo Amore». Un disco d’amore, non c’è dubbio. Ne abbiamo così bisogno per restare umani.  

 

 

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