Marco Rovelli

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6/24/2016

Recensione a La guerriera dagli occhi verdi sul Una casa sull'albero di Giulia Ciarapica

Settembre 2014, anni 24, Avesta Harun (il cui nome vero è Filiz) viene uccisa sul campo di battaglia da un colpo sparato da un miliziano ISIS. È abituata al combattimento, lei che è a capo di un commando di tredici combattenti – tra cui otto donne – del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), ma questa volta, mentre si batte contro i nemici del Daesh per la riconquista di un villaggio vicino Makhmour, nel Kurdistan iracheno, perde la vita.
La sua storia, per ciò che insegna, viene sottratta all’oblio da Marco Rovelli, che ne fa un libro,La guerriera dagli occhi verdi (Giunti, 2016, pp.158).
È una guerra a cui siamo costretti, pensa Avesta, e sarà l’ultima, perché poi saremo liberi. A noi tocca attraversare l’orrore, perché l’orrore ci ha toccato”.
La prosa fluida ma appassionata di Rovelli ci porta a scoprire la vita di questa “guerriera dagli occhi verdi”, che non scarseggia in coraggio e intraprendenza: severa tanto con se stessa, quanto con gli altri, Avesta Harun – che ha scelto questo nome di battaglia in omaggio all’amatissimo fratello Harun – sposa la sua “causa partigiana” all’età di ventidue anni, quando lascia Mezri, Turgut Reis, i villaggi curdi dove fino a quel momento ha vissuto con la sua famiglia, imbraccia il fucile e sale sui monti del Qandil.

Non è l’unica donna ad aver scelto quella vita, ci sono altre ragazze pronte a combattere per la propria identità, per rivendicare la loro dignità di popolo curdo contro il governo turco e per contrastare la pericolosa avanzata del Daesh. Avesta è comandante di una squadra nel gruppo speciale, dove uomini e donne sono tutti uguali, dove si combatte la disparità fra i sessi e dove si predica la necessità di avere medesimi diritti e doveri, in quanto uomini e in quanto curdi.
Marco Rovelli ci racconta il passato e il presente di Avesta, la sua lotta continua e piena di convinzione, ci descrive il suo fascino, la sua durezza, la sua irremovibilità. La guerriera dagli occhi verdi è prima di tutto un tributo a Filiz, che ha pagato cara la vita per la sua urgenza di libertà. Un’urgenza, ancor prima che individuale, collettiva, e tutt’ora in corso di risoluzione.
Ma il lavoro di Rovelli è fondamentale perché ci porta all’interno di un mondo lontano dal nostro Occidente, facendocelo esplorare anche dal punto di vista antropologico, culturale e tradizionale.
Tuttavia, i punti di forza del libro sono essenzialmente tre, legati fra loro: l’impegno alla lotta contro l’ISIS – per una vita comunitaria radicalmente democratica – nonché la perenne battaglia dei curdi per la rivendicazione del diritto ad essere un popolo autonomo; la presa di coscienza che, affinché tutti i popoli abbiano uguali diritti e doveri, occorre un pareggiamento dei conti all’interno della popolazione stessa, fra uomini e donne; ed infine la consapevolezza di quanto sia necessaria l’istruzione: sapere è potere e tutto ciò che passa attraverso la conoscenza stimola lo spirito critico di chi combatte, ogni giorno, la sua personale battaglia contro il nemico numero uno, l’ignoranza.
Non hanno grandi strategie militari: lanciano razzi, piazzano autobombe e mine. Non sanno gestire uno scontro vero. Sono dei tagliagole. Giocano sulla psicologia, sulla paura che cercano di incutere”.
Avesta descrive così il Daesh, la minaccia incombente che PKK e Peshmerga (le forze armate della regione autonoma del Kurdistan iracheno) cercano di contrastare. Il PKK ha l’obiettivo principale di instaurare un sistema di autogoverno dal basso dei popoli, che valichi ogni divisione etnica o religiosa: Rovelli, soffermandosi diffusamente sulla spiegazione del loro sistema di azione, aiuta il lettore ad aprire gli occhi su una realtà che spesso ci viene proposta in modo sbrigativo e confuso, se non erroneo.
La battaglia del popolo curdo contro la prepotenza del governo turco e soprattutto contro la violenza del Daesh, viene narrata attraverso le gesta di giovani soldati che, come i nostri partigiani della Resistenza, si trovano ad affrontare un “nuovo fascismo, un nuovo nazismo”. La Storia sembra ripetersi, in una parte di mondo sconosciuta ai più, in tempi diversi e in cui tutto sembra perduto, valori compresi. Eppure questi ragazzi che abitano le montagne di Qandil puntano prima di tutto sul rispetto dell’essere umano e sulla sua istruzione.

Facciamo educazione comune” – dice Avesta – “perché capire è illuminarti per vedere il futuro”.
Necessaria è l’analisi di ciò che si è stati, lo studio del passato, la ricerca del presente: le ore di rieducazione comune sono fondamentali per la presa di coscienza dell’individuo, attorno a cui ruota tutto il discorso comunitario. Senza il singolo individuo non vi può essere nessuna forma di socialismo, nessuna forma di vivere comune nel rispetto dell’altro, il che implica, ovviamente, anche il rispetto della donna.
L’attenzione di Rovelli sulla questione femminile è davvero intensa: Avesta si fa portavoce della parità fra sessi, forte nei panni di comandante di una squadra al cui interno ci sono anche otto donne.
Questa presa di coscienza ci ha portati qui, dove uomo e donna sono paritari in maniera assoluta e la donna dimostra di avere le medesime capacità dell’uomo”.

Le donne, fino a quel momento trattate come oggetti da custodire in casa, lontano dalla vita comune e lontane, anche, da qualsivoglia forma di rispetto, tornano ad essere, tra le montagne del Qandil, esseri fatti di vita propria, con un pensiero e delle idee. Colpiscono le parole della guerriera che, con assoluta obiettività, affronta l’argomento: anche le donne sono responsabili del loro stesso declino umano, intellettuale e sociale. Finché saranno “complici” dell’uomo, pronte a subire e mai a reagire, si negheranno la possibilità di essere finalmente libere dal giogo patriarcale, assecondando la prepotenza dell’ignoranza.
La guerriera dagli occhi verdi affronta in modo diretto molte delle problematiche a cui sono costretti a far fronte giovani combattenti come Avesta, che fanno parte di una realtà – quella curda – pronta a sacrificare un’intera vita per la giustizia sociale, sfidando il Califfato.
Marco Rovelli ha lavorato intensamente a una storia vera, quella di Avesta Harun, rendendola letterariamente affascinante, arricchendola di particolari che colpiscono l’attenzione del lettore senza distoglierlo dal tema principale. Il ricordo della guerriera dagli occhi verdi diventa simbolo di una libertà che inizia a essere meno lontana di qualche decennio fa e in qualche modo più prossima all’idea di uguaglianza per una terra in lotta continua.

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