Marco Rovelli

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05/06/2016

Intervista intorno a La guerriera dagli occhi verdi su Elle di Maria Tatsos

Aveva 32 anni, Avesta Harun. L’età in cui una ragazza muove i primi passi nel mondo del lavoro, si innamora, si diverte con gli amici. Ma lei, nata con il nome di Filiz, era una combattente curda. Era salita sulle montagne dieci anni prima, sulle orme dell’amatissimo fratello Harun, dal quale aveva mutuato metà del suo nome di battaglia. L’altra metà proveniva dai testi sacri dell’antica religione zoroastriana, preesistente all’arrivo dell’Islam nel Kurdistan.

La storia di questa breve vita, consacrata alla lotta per un mondo più giusto e per la libertà della sua gente, è raccontata da Marco Rovelli nel romanzo biografico La guerriera dagli occhi verdi, appena pubblicato da Giunti. Lo sguardo di Avesta era dolce, limpido, ma celava una volontà di ferro, che l’ha portata a combattere contro le milizie turche e i miliziani dell’Isis. C’è una cosa che non tutti sanno della lotta del Pkk (Partito dei Lavoratori del Kurdistan): a differenza dello Stato islamico, che schiavizza le donne, o e della società tradizionale curda, che le opprime, fra le fila dei combattenti le donne studiano, hanno un ruolo paritario con i compagni e possono diventare comandanti di una squadra, come lo è stata Avesta. Una ragazza che adorava le sue montagne selvagge, ma che ha perso la vita lontano dai suoi boschi, nel deserto iracheno, nel 2014. Elle.it ha intervistato Marco Rovelli.

Come è nata l’idea di scrivere un romanzo sulla vita di Avesta Harun?
«Volevo scrivere del Kurdistan e di una donna curda. Ho letto per caso l’intervista fatta ad Avesta su Foreign Policy, in cui raccontava della sua vita da caposquadra. Era una delle tante combattenti, ma mi aveva colpito la sua risolutezza unita a uno sguardo intimidito davanti all’obiettivo. Una donna tosta e dolce nel contempo, minuta e armata di un fucile di precisione con cui sparava sul nemico. Poco dopo quell’intervista, ho scoperto che era morta. Mi è sembrato un segno del destino. Il fato ha un grande ruolo nella sua vicenda: lei era parte di una catena di morte, lutti, sangue… Doveva fare la sua parte».

Come si è mosso per raccogliere informazioni su Avesta?
«Mi sono rivolto ai curdi in Italia. Ho spiegato loro che volevo scrivere di Avesta, quindi avevo bisogno di incontrare chi l’avetva conosciuta. Loro hanno indagato, rintracciando la famiglia e gli altri combattenti. Sono andato in Iraq, a Mexmur, dove è morta, a pochi chilometri dal territorio controllato da Daesh, e poi a Van, nel Kurdistan turco».

Quanto c’è è vero in questo romanzo biografico e quanto è invece fiction?
«Gli eventi della vita di Avesta sono narrati fedelmente, non ho inventato nulla. È fiction la drammatizzazione, la costruzione del romanzo, i dialoghi. Ho trovato convergenza fra le diverse voci che ho sentito sulla storia della giovinezza di Avesta, anche se hanno usato parole diverse le sensazioni della persone erano simili. Era una donna particolare, che univa capacità fisiche e militari alla generosità».

E il personaggio di Osman , il giovane curdo che si è unito al Daesh, esiste davvero?
«No, Osman è frutto di invenzione. Ho voluto raccontare che anche nelle città curde c’è chi si dà al jihad proposto dal Daesh. Anche se il vero jihad è quella di Avesta, è in primis una lotta spirituale».

Cosa c’è di particolare in questo jihad, che comunque è una lotta armata?
«È una scelta esistenziale radicale. I combattenti come Avesta sono asceti: ciascubo trascende il proprio ego per il bene della comunità. Combattono il nemico, ma il primo avversario da sconfiggere è il proprio egoismo. Studiano, si mettono in discussione in continuazione, operano una sorta di pulizia interiore».

Dal libro, anche chi non conosce la situazione dei curdi evince che c’è una frattura anche fra di loro.
«Sì. Nel Kurdistan iracheno di Barzani il Pkk è illegale. Perché si batte per creare una società nuova, non fondata sui clan e patriarcale. Barzani è invece un capoclan, alleato di Stati Uniti e Turchia, per lui quelli come Avesta e i suoi compagni sono terroristi. I media occidentali qualche tempo fa hanno dato spazio alla lotta delle guerrigliere curde, presentandole come eroine che si battevano contro lo Stato Islamico, emblema di barbarie maschilista. Poi, silenzio. Intanto, nel Kurdistan turco, le città sono sotto attacco e vengono distrutte, i civili vengono uccisi. Ma nessuno ne parla».

Una tragedia dimenticata, che Marco Rovelli narra con sensibilità e partecipazione.

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